Anila Hanxhari
April 21, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | Leave a Comment
La poesia di Anila Hanxhari è un raccontarsi, un continuo cercare la leggerezza attraverso il ricordo di ciò che è stato; è una poesia che a volte sembra pianto e volte una forte affermazione dell’io nel passato e nel presente. Il tempo nella sua poesia è un insieme di attimi e la poetessa, la donna, è “sostanza di ruggine smarrita su luoghi”: in questo spazio lei si sente vera, si sente sua. Si nota tra i versi il suo essere di questa terra ma anche di un’altra. Ritorna quindi il senso delle sue origini come nel richiamo alla madre, nel bordo della nave che sbarca e appunto nell’acqua. L’acqua quindi è vista un po’ come il passaggio tra bene e male, come una forma di accettazione e alienazione stessa dell’io. La forma presentata nella sua poesia è dipinta da un insieme di metafore che si susseguono in immagini sottili e fresche. Anche quando si racconta il dolore, rimane un senso di ottimismo nelle parole; non sembra tutto vertere alla fine, ma ogni cosa sembra vista come un mezzo per arrivare all’oltre.
*
Come si può dire l’acqua a parole?
Non vedo più l’umile traccia
che fa il resto del cerchio
in questa vita
di ciò che non riesce e si perde
e torna al bene o al male
tracciando in terra
il passo che non ho potuto calcare
senza credere più nella favola
le mie rotaie sanno d’acqua
e la mia sostanza di ruggine smarrita su luoghi
dove io sono proprio io
come si può scegliere la spalla su cui piangere?
lasciata alla mia acqua senza controllare
le infangate briciole che vengono a galla
in questo sottile trapassare d’un ramo
con l’ebbrezza della luce che mi ferisce
d’una fresca rugiada all’abbandono
e il candido palpitante germoglio si chiude
come una palpebra dolce
io che mulinello come l’acqua assorbita a piacere
ho mille rumori di pietra
che mi porto dietro
come scatole legate ai piedi
poiché l’agonia è accorgersi di tutto
e fare finta di niente.
*
Parole strappate
Crescerò e rimarrò ancora bambina
invano i miei occhi diverranno metallici
io sto con te poesia
un foulard bianco al collo nasconde il livido
di una lacrima che non va giù
sto con te a guardare negli occhi
tremando mano nella mano
chi sa quante volte avrò fatto il nodo
di non oltrepassarti strappando il foglio
quella baracca della mia parola
separé di smarriti gabbiani
tra un destino andato in fumo
e uno strappo di luna che morde il pensiero
è la mia mano delusa
che non finisce mai di tremare
metto al cuore una chiave d’argento
per non vedere la mia voglia di solitudine
come un tronco ancora umido
seduto di fronte alla fiamma inesplorata
ad aspettare il mio turno.
*
“Tua assenza ferita mai così presente” (M.L.)
Ci siamo persi di vista da un pezzo mamma
come cercarsi nella mollica del pane
avere e finire in un millimetro di pace
in questa attesa che ci rende uguali
come una chewing-gum passata di gusto da un pezzo
com’è difficile percorrere il tempo
spaccato in due da una lametta
perdere il filo intrecciandomi in un cortile
costruire una bambola di carta
o forse prendere un treno alla vecchia maniera
senza dirlo mamma
mettere di nascosto il rossetto sulle labbra
arrotolare alla vita quella gonna fino al ginocchio
non parlare di ragazzi sulle scale
immaginare come sarebbe stato un bacio
facendo i conti con gli specchi
tenendo un diario sui miei peccati giornalieri
quelli non fatti
scrivendo sulla mano prima di interrogarmi
una preghiera per poi parlare di Dio senza voce
in questa lunga attesa come una carta strappata
senza mai scrivere nemmeno una parola
le distanze si allungano per telefono
e nel dire: – Auguri hai avuto un bambino?
la vita passa in veloci fotogrammi
ed io rimasta sul bordo di una nave a salutarti
senza rompere le acque
partorendo il silenzio in una sola alba
ti ho perso di vista
mi manchi mamma
per quanto abbiamo taciuto e mancato ad entrambe
quasi a puntare la luna sugli scogli
per toccare le punte delle nostre mani
in questo volo di vita strappata alla vita
farò spaccare il mare sulle tue ginocchia
attraverserò la notte in un lampo
per starti vicina sul serio.
*
Il tuo corpo non è nodo d’acqua
Ombroso traguardo di nude ferite
che inciampano nei solchi
di lunghe spiovute
trascorrono invano le luci colombe
su un sentiero di pelle mosso dal petto
per un fiero raggio che mastica l’erba
come un disco gira
il mio immutato dolore
per poca musica che nessuno vuole
e mille foglie farò di cruda terra
in una galante spiga d’alba
il tuo corpo non è nodo d’acqua.
*
Assopita erba dell’est
Conosco i giusti come avanzi di colpe
sfogliati ferita per ferita
tra semicerchi di anni murati
dove un vecchio rosario rode il mento
e i sogni sono attenti sogni
non soffro i patriottismi antichi
né i fragili resti d’un tempo bandiera
io sono l’umile gioia
di tutte le terre con le stagioni compiute
come acquerello su stoffa
senza fingere e svuotando la faccia
né scorrendo di memoria in memoria
scrutando inedite sfide ribelli
per una luce scommessa
conoscendo il peso di una giusta parola
come possibile foglia secca
in cicche di cuori diseredati
e schiacciati sulla “vie en rose” di oggi
non ho presente visioni che cambiano il mio posto
io capace di morire in una radice frustata
dalla sega del tramonto
vedere partire i miei vuoti cicatrizzati di verde
nella piccola fiammiferaia ricurva sulla strada
farmi fiato e colore per riviverla
assopita erba dell’est.
*
L’ultimo sogno
Come si consuma l’ultimo fiammifero
in quel poco di luce da te a me spartito
vederti ancora una volta nella notte del tuo cortile
oggi che le stelle sono spente nelle braccia bagnate
sentissi come piove sotto l’albero
piove anche dopo la pioggia
scenderà il tuo cuore farfalla di sole.
Le poesie sono tratte da Assopita erba dell’est, Noubs Edizioni.
Anila Hanxhari è nata a Durazzo ( Albania ) nel 1973 ma vive in Italia dal 1993. Laureata in Lettere all’Università di Chieti, ha pubblicato le raccolte Io, tu e l’anima (Ianieri, Altino 1997) e, appunto, Assopita erba dell’est (Noubs, Chieti), vincendo la Proposta del Premio Camaiore 2002 e il premio Matacotta per l’opera prima nel 2003.
Luljeta Lleshanaku
April 13, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | Leave a Comment
La poesia di Luljeta Lleshanaku è un nido di ricordi d’infanzia: il dispiacere dell’assenza e il ricamo dei dettagli nella sua poesia si intrecciano in modo fitto. Leggendo i versi sembra che la poetessa disegni l’uomo, lei stessa, come un’ospite della vita che spesso accetta quello che “deve” essere: vi è una resa nei suoi versi, una resa dovuta. Intorno a questa resa nulla si costruisce se non una solitudine che diviene sempre maggiore con gli anni. Il centro della riflessione rimane sempre la famiglia e i momenti famigliari con riferimenti semplici come “le campane della domenica”, “il cuscinetto di aghi”, “ il pane” e altri piccoli dettagli che la rendono parte viva quanto assente. Forti le immagini: “fermagli mi tolgono attentamente dalla testa”, per esempio, sembra incarnare il gesto di “sottomissione” che più volte sembra emergere nei suoi versi. O forse si tratta di un semplice gesto di cortesia?
***
Sono andati gli uccelli
Sono andati gli uccelli
sono andati e tormentati hanno lasciato qui i nidi
l’inverno come coppe li ha riempiti di pioggia
riempiti e poi bevuti
bevuti e poi ubriacati
di solitudine.
***
Le campane della domenica
La mia anima
s’infrange come il pendolo
nelle pareti metalliche della campana.
Sentite
è la campana della domenica
è la campana della grande messa della domenica
quando la gente ascolta predicare su una vita
senza peccato
e ricorda di portare fiori al cimitero.
***
Con te
Mi siederò all’angolo dell’orlo
come su uno scoglio, vicino alle acque
sicura che mi rapirà il vortice delle parole.
Mi siederò all’angolo dell’occhio
come un giglio piantato nell’acqua vicino alla riva
con petali piccoli per non guardare più in là.
Ché io in fondo, cosa sono?
Un’onda ghiacciata nell’aria
strappata dal mare del tuo seno.
Allunghi le braccia per raggiungermi, ma non riesci.
***
Flashback
È agosto. 1972. C’è afa.
Verdeggia solo il collo degli uomini
che caricano i mobili su un camion.
“ Attenti, non calpestate i fiori!” – consiglia mia madre
per i fiori che seccheranno in tre giorni.
La casa si svuota come un raggio
e il dispiacere dei vicini
si fonde come un cubetto di ghiaccio
in ogni parte del corpo da vestire.
Andremo altrove
dove la gratitudine ghiaccerà sui volti
con l’avvento del risveglio abbottonato ad un bastone
come una liquirizia.
Ho solo tre anni. Non so cosa siano le promesse.
E ancora non mi hanno raccontato
che l’infanzia senza promesse è come un pane senza lievito
miseramente dolce, duro e senza buchi.
Invece mio padre non si vede proprio.
Mio padre ancora non è nato.
Lui nascerà in un altro capitolo,
molto tempo dopo
quando io sentirò il bisogno di proteggere qualcuno,
raccogliendo con difficoltà poca ombra tra le mie gambe
come il gambo di un microfono.
***
Flashback II
Domenica. Dalla pianta delle scarpe
in corridoio
si scioglie la neve e l’amnesia delle brevi strade.
La lampada 150W in mezzo alla stanza,
come una gialla fetta di formaggio, con un alone di tristezza.
Mia madre sferruzza, contando a bassa voce,
lei sa quanto serve sempre, e quando c’è da cambiare la fila
attaccata come un pezzo di stucco nell’angolo della finestra
che diviene sempre più chiara.
È un piccolo cuscinetto per aghi
che conosce alla perfezione l’arte della sottomissione.
Tenta di insegnarlo pure a me,
anche mia sorella.
Tre bambole matriosche, in fila per grandezza
quell’ultima-io
non scomponibile.
***
Flashback III
Cuore di novembre. Il vento soffia come a muovere le epoche,
la neve e il volto di mia madre
attendono
di verificare la proprio filosofia
della verità.
Le luci, come una fila di formiche t’accompagnano
nella stanza del pane. Io sono la sposa.
La fine della cerimonia. E mentre mi preparo per la notte
ventuno fermagli mi tolgono attentamente dalla testa.
Quanto i miei anni.
Non conosco pressoché nulla della vita.
So solo che alle curve più brutte
l’esperienza vale meno di due luci accese sul seno.
Tento di nascondere la mia felicità sotto il biancore
come un’arancia sbucciata attentamente.
Sono uscita astutamente dalla mia profezia genetica
come da una grotta scavata dalla solitudine
tenuta forte allo stomaco.
Se provo a muovere un po’ la tenda
con le due dita tinte sulla punta,
due ombre vanno in armonia sul nero asfalto
il musicista e il violoncello, dopo il concerto
l’uomo e l’anti-profezia.
***
Il mistero dei fiori
Nella mia famiglia
i fiori fiorivano di nascosto
con voce bassa, con il naso arrossato sotto le coperte,
quasi bisbigliavano,
con un bisbiglio all’inizio e alla fine
snello, e pulito come una garza.
Intorno alla casa,
c’erano solo un paio di scale da salire
quelle di legno, appoggiate tutto l’anno al muro,
per il riparo delle tegole d’agosto prima delle piogge.
Al posto degli angeli
salivano e scendevano uomini
che soffrivano al nervo sciatico.
Pregavano guardando faccia a faccia Lui,
come in un colloquio tra dei
chiedendo un altro rinvio.
“Dio, dammi forza…!” e nulla più,
perché erano i discendenti di Isacco,
beati, con l’unica cosa che è rimasta di Giacobbe,
la beatitudine della spada.
Nella mia casa
pregare era da deboli,
da non parlarne mai,
come fare l’amore
e ugualmente
come fare l’amore
il corpo passava un’orrenda notte.
(Traduzioni di Anila Resuli dall’albanese)
Luljeta Lleshanaku è nata il 2 aprile 1968 ad Elbasan, in Albania. E’ autrice di diversi volumi di poesia. Laureata all’Università di Tirana, inizia a lavorare per la rivista settimanale Zëri i rinisë – La voce della gioventù. Più tardi lavora al giornale Drita – La luce. Nel 1996 vince il premio per il miglior libro pubblicato per la Casa Editrice Eurilindja. Tra le sue opere di poesia si elencano: “Gli occhi dei sonnambuli” 1994; “Le campane della domenica” 1995; “Mezzocubismo” 1997; “Antipastorale” 1999; “Il midollo verde” 2000; “Fresco” (USA 2002).
Fatos Arapi
April 9, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | Leave a Comment
I versi di Fatos Arapi si tormentano da soli. Il richiamo sempre alla patria, alla libertà, all’essere uomini che si portano delle croci sempre addosso, è una costanza nella sua poesia. Le poesie qui proposte racchiudono quello che per il poeta ha forma marcia, ha dolore incastonato nella vita degli uomini: quel che il dolore procura all’anima e quello che l’anima attende da esso. Una costante nella poesia albanese è la ricerca della libertà, l’angoscia nel cercarla, nel sognarla: così è anche per questo poeta che in molte delle sue poesie si racconta; racconta l’amore per la sua patria, per l’amata, per i suoi famigliari che, ad ogni sua poesia, sembrano incontrarsi soltanto nel dolore. Una poesia pessimista forse, oppure solo uno squarcio di vita umana piena di errori e sbagli
Mai sognata mia
Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.
Appoggio la testa sul tuo seno
ed or ora scontro la tua nuca.
Mi serve metà d’un sogno.
Le lancette dell’orologio alla mano
spingono oltre i passanti,
negli erti giorni di Tiranna.
Anime non anime che vanno…
Vicino a me qualcuno parla da solo,
senza capire credo al suo dire.
Qualcuno, d’un aspra delusione,
abbottona nuove croci.
Gli lancio mezzo soldo
e compro la mia croce.
Ora per alzarla
Mi serve metà d’un sogno,
mai-sognata mia.
***
Non riescono a chiudersi
Non ho più forza neanche a rattristarmi
siamo navi senz’ancora
in mezzo ai venti aspri che si scontrano.
I pesci chiacchieroni assordano il cielo.
Datemi voi uno strappo d’ironia,
ché non riesco a trovarla in me,
un pezzetto d’ironia
quanto metà d’ala d’uccello, -
per scaldarmi dalle giallicce piogge
delle preghiere degli apostoli privi di senno.
Tutti hanno colpa e nessuno:
abbiamo voluto crearci nel nostro nulla.
Ora tutte le finestre dell’anima
sono aperte, spalancate e marce
dalle piogge di lacrime, -
e non riescono più a chiudersi.
Può entrare chiunque voglia.
***
Perché non t’ho amato un po’ di più
L’ho amata oltre la morte,
così ho amato io
e comunque non riesco a parlare a me stesso:
perché non l’ho amata di più…
Un po’ di più dove si spezza l’anima,
parlo all’abbandono: – aspetta, un poco.
Per illudere la nostalgia che non si spegne,
illudere il ricordo un po’.
Oltre la morte, oltre i mondi,
là dove inizia qualcos’altro –
a colei che se ne sta tra gli dei:
“perché non t’ho amato un po’ di più…”
***
Gloria Victis
Perché siamo noi i grandi perdenti.
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
Perché noi, solo noi, sappiamo sbagliare.
Noi sbagliamo in amicizia, e perdiamo.
Noi sbagliamo in amore, e perdiamo.
Noi sbagliamo nelle nostre speranze, e perdiamo.
I dadi bianchi del nostro fato
li lanciamo per primi – e continuiamo
a lanciarli anche dopo aver passato il Rubicone.
Tutti hanno colpa e nessuno.
Gli altri solo vincono,
noi siamo un popolo perdente,
delle grandi perdite. Il nostro cuore
è una mela d’oro di dolore.
Non vogliamo conoscere il potere nero dell’invidia,
e sbagliamo, non conosciamo
la brama scorpione del potere, e sbagliamo.
Perché noi, noi soltanto! Sappiamo sbagliare.
I nostri piedi scalzi sono quelle foglie gialle d’autunno
che cadono e camminano per strada; la nostra anima
è di qualcosa d’umida tristezza,
tutti possono ucciderla.
Gli altri no, sono vincitori per sempre,
loro non perdono mai, perché
mai sbagliano.
Invece noi sbagliamo – come sappiamo solo noi!
L’arte magnifica della perdita
l’abbiamo fatta diventare fortuna.
E abbiamo spezzato le ali all’elogio della vittoria.
Noi conosciamo solo l’elogio del popolo
delle grandi perdite. Perché noi
soltanto noi
siamo veri.
***
La patria
La patria è dolore, è dolore.
Un aprile afflitto all’anima.
La patria è la croce, è la croce.
La tieni – e lei tiene te – nell’anima.
La patria è la terra promessa.
Tu ci cammini come un dio e non l’hai sotto i piedi.
La patria non ha parole, ha occhi rattristati.
Muore l’amore in quell’amore che ti fa impazzire.
La patria è il pane affamato,
ti sfugge dalle mani e non riesci a sfamarlo;
sogno ed ansia e speranza tormentata
che con gli occhi nel buio, cerca se stessa.
La patria è una tomba aperta, è una tomba.
Una vita verso di lui va, giuro che convince.
In una lacrima annega la lacrima sciagurata.
In una lacrima partorisce la libertà.
La tua patria piccola, piccola,
quella divino immortale – la lacrima.
***
Nella tomba della libertà
Soffia vento con pioggia, sorella mia.
Si sono spente le candele delle tombe vicino.
Vento con pioggia…
La tua candela accesa
proteggo con i miei pugni;
ci incontriamo solo in questo giorno:
siamo diventate lacrime di candele, sorella mia,
tremiamo come questa fiammella schiva…
tu mi parli; sotto c’è gente.
C’è un vecchio qui vicino.
Cerca un coltello per sbucciare una mela.
La cerca, non la trova, questo poeta, amico mio
Ha scordato di scrivere intero il suo verso
“un caffè senza di te a Tirana”.
Ad una sposa è caduto l’anello;
lo cerca col timore da sposa giovane:
vi è buio lì sotto…
l’inferno conosce solo la lingua della luce.
Con la tua candela tra le mani
passo tomba su tomba e accendo
le candele spente:
un po’ di luce dall’anima.
Un bambino lì vicino
cerca i giocattoli persi,
sorella mia.
***
Coprifuoco
I passi della ronda picchiano nel corpo metallico della notte.
Fino a terra curvano e si sbattono le case per terra.
I pensieri si coltivano nelle teste della gente
e si frantumano poi in bisbigli dalle labbra pendenti
intorno al focolare.
Quest’ora viene carica di fiamme e ferro.
Come un gendarme aspro, si ferma di fronte alle porte di casa.
Solo chiede: “perché aperte”
ed in risposta muove la testa, l’elmetto,
ed in minaccia metallica pattuglia il buio.
Le porte rimangono aperte:
può entrarvi la libertà illegale dell’Albania.
(Traduzioni di Anila Resuli dall’albanese)
Fatos Arapi, nato nel 1930 a Zvernec, Valona, è autore di versi filosofici, liriche d’amore ed elegie di morte. Studia economia a Sofia (Bulgaria) dal 1949 al 1954 e ha poi lavora a Tirana come giornalista e lettore moderno di Letteratura Albanese. Nelle sue prime due raccolte “Passi poetici”, Tirana 1962, e “Poemi e poesie” Tirana 1966, fa uso del verso moderno e mette le basi della poesia contemporanea albanese. È autore di più di 25 libri e la sua produzione letteraria comincia già durante la dittatura comunista albanese.
Ali Podrimja
April 1, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | 2 Comments
Non credo vi siano abbastanza parole per descrivere il dolore che incombe nella poesia del poeta Ali Podrimja. Il richiamo sempre a questa terra natale che l’abbandona sempre e sempre è “venduta”, una fiaba antica, è una chiara impronta di una naturale angoscia derivata dalla guerra degli uomini, “i suoi vicini”, che il poeta arriva sempre a cercare in ognuno, senza trovarlo. L’uomo pure in amore è portato alla guerra: l’unico stato d’animo vivibile è la sofferenza. Forse per scacciarla il poeta cerca l’ombra della Torre, vista come un richiamo alla libertà, il luogo più alto da raggiungere, e quasi arrivare a volare. Nella sua poesia vi è sempre la metafora della Torre che culla la solitudine, l’andirivieni dei pensieri…per cancellare l’angoscia. Ma nulla è tregua: ogni cosa è indizio di guerra e lacrime.
***
L’amore
E’ tempo di amarci,
di avere fiducia in me quando ti dico: Coraggiosa,
di avere fiducia in te quando mi dici: Coraggioso.
Ma nel mio tempo troppe trappole hai messo,
molti fucili riempì tuo padre, la tua gente,
mille oscuri trannelli hanno ordito, aspettando dove potermi prendere.
E sotto un angolo s’abitava,
pesavi ogni giorno le mie ore,
ogni giorno leggevo Shakespeare all’ombra della Torre,
per non incontrarti nel braccio delle speranze.
Curami gli occhi, amore mio,
curami la schiena dal sole, dal dolore!
Ho paura che mi scavino gli occhi nel terrore,
ho paura che mi uccidano dietro le spalle i senza fede.
Amore mio, allungami la mano per oltrepassare quest’acqua larga,
non sono straniero, né vengo da terre morte.
Nel fondo della valle raccolta osservo:
il cavallo bianco è nostro ora e per sempre.
Mi guardi dritto negli occhi, lascia i litigi, le parole, le offese.
Ti porterò il Fiore dal cuore di pesco,
accenderò la lampada alla torre,
seminerò la nuova terra.
Quando t’amavo, portavi l’amore dopo sette villaggi
e le tue raccolte erano forti.
Quando m’amavi, portavo l’amore ad una donna pazza
e l’ingrata indietreggava per l’orrore.
E’ in termine la vita, coraggiosa, perchè non abbiamo pensato anche a noi stessi.
E’ tempo d’amarci.
***
Epica
Per secoli ho venduto il sangue
e sono cresciuto col sangue venduto.
Per secoli ho mangiato da solo
cosciente di non aver riso da solo quanto basta…Amici,
il Kosovo è il mio sangue che non si dona.
***
L’ansia
La mia terra brucia, la mia terra amata,
la mia fronte corrugata,
un pino…
Ho mischiato presto i tuoi confini con le mie ombre,
Kosovo, fiaba antica!
Presto m’hai legato i piedi e le mani con orrore
sofferenze e morte…
Quindi, chi salvo per primo: me stesso o gli uccelli
s’alzano in volo?
Cosa dire ai nipoti del mio canto di morte?
- Eh, anche se m’aveste staccato la testa, un’altra
mi sarebbe cresciuta!
La mia terra brucia
in ogni palmo del mio corpo – terra maledetta…
***
Oltre il dolore
Sono caduti rami spezzati dalle nuvole sul tuo corpo
venduto. Kosovo.
Le tue pene fino alle radici si stanno sgretolando,
e oltre il dolore grida s’infrangono con la mia fronte,
con le ali degli uccelli uccisi con l’amore
della mia gente sfinita dalla sete.
Intorno al tuo corpo come un serpente sono avvolto,
per infuocare le montagne rocciose,
mani e piedi legarli con l’insieme delle tue fiabe -
che non ti lascio vivo insanguinato, senza lavare il palmo
col palmo, senza lasciare in te corpo e vita
piano e piano senza accendere fuoco…
Sono caduto ramo spezzato dalle nuvole sul tuo corpo
venduto dal fucile di morte, dal fucile
invisibile…
Quale sarà la mia canzone di ieri e la parola della mia gente?
Il pioppo di casa mia s’è bruciato, dove tagliare lo sguardo,
dove sciogliere la fiamma dell’acqua per te, Kosovo?
***
La bellezza
Allungai la mano sul prato per cogliere un fiore
“Non farlo – il mio amato vicino m’urlò -
- appassirà!”
Allungai il passo per raggiungere il cavallo bianco -
sognando l’arrivo chissà quanto.
“Non farlo” – di nuovo arrivò il vicino.
E piansi di nastalgia ancora.
Gettai il braccio su tutto afflitto -
nasce e mi sembra m’accenda gli occhi di luce.
“Beato te!” – qualcuno urlò in un abbraccio
e null’altro vidi e sentii.
Da allora, ovunque cerco il mio vicino migliore.
(Traduzioni di Anila Resuli dall’albanese)
*
Ali Podrimja è nato (1942) e cresciuto a Gjakovë. Studiò Letteratura Albanese all’università di Pristina, dove attualmente vive. Nel 1957 pubblicò la prima poesia sulla rivista Jeta e Re (La nuova vita). Erano anni in cui il Kosovo viveva nel terrore del potere serbo, con la sua città come centro principale delle rivolte. Questo portò il poeta a scrivere su questa condizione di totale disagio nel 1960 Hija e tokës (L’ombra della terra). Nel 1961 pubblicò la silloge di versi elegiaci Thirrje (Richiami) e successivamente Shamijat e përshëndetjeve (1963 – I foulard dei saluti), Dhimbë e bukur (1967 – Dhimba bella), Sampo (1969), Torzo (1971) ecc. fino all’opera più bella Lum, lumi (1982) che determinò un cambiamento nella poesia contemporanea kosovara.
Negli anni ‘80- ‘90 vi furono le pubblicazioni di Zari (Il dado), Buzëqeshje në kafaz (Sorrisi in gabbia) fino ai due libri di prosa: Burgu i hapur (1998 – La prigione aperta) e Harakiri (1999). La sua poetica introdusse nella poesia albanese l’uso del verso libero, l’uso delle metafore e dei simboli, l’ironia, un nuovo modo di rappresentare il mondo umano.
Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue.
Xhevahir Spahiu
March 28, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | Leave a Comment
La poesia di Xhevahir Spahiu è un richiamo alla libertà, colei che è stata tolta per lungo tempo. E’ un urlo contro l’orrore della prigionia. Quest’immagine richiama sempre il mito di Costantino che continuava a vagare anche dopo la morte. La prigione quindi s’allunga dalla vita alla morte. La vita è vista come un frammento di solitudine dalla quale non si può liberare. La desolazione è l’unica via possibile. Pure l’amore è visto come un “lutto”, perchè amarsi vuol dire cancellarsi e mangiare il cuore l’un l’altro.Nota della sua poesia quindi rimane il pessimismo verso la gente, verso i sogni mai realizzati, verso la libertà sempre cercata e mai raggiunta, verso la morte…che è l’unica via continua e sola.
La parola
Hanno detto alla parola: ora sei libera
ma la parola non aveva forza per dire: non mi serve.
A cosa serve
se non ho parlato quando serviva?
Sono rimasta priva d’ali,
sono rimasta senza cielo,
sono una vita priva di sogno,
sono un sogno privo di vita.
Hanno detto alla parola: sei libera.
Difficile, ha detto la parola, quanto difficile
credere d’essere liberi;
dopo aver mangiato le proprie sillabe,
dopo essere rimasti stroncati
anche la libertà diviene prigione.
Hanno detto alla parola: la libertà vive.
La parola disse:
sono come Costantino che dopo la morte ancor viaggia.
Hanno detto alla parola: tu sei la libertà.
Per capire ciò serve ben poco
lei pensò,
lei parlò,
ma al posto dei suoni
ne uscì sangue.
***
Immigrato
E’ passato il dolore hanno detto,
è passato il fondo,
il fondo del caffè nella tazzina,
e la parola ha preso il via…
Ma il caffè, chi beve il caffè?
***
Il padre
La notte
quando il mondo dorme
e il mare ingoia il rimorso delle pazzie del giorno
quando i gabbiani gridano nei cieli della memoria
e le stelle – occhi che non chiudono occhi -
in silenzio iniziano a spegnersi
esce dal nascondiglio
e cavalca un cavallo
che vola
e s’avvicina al recinto.
Non è il solo Constantino. E’ il padre.
Nessuno lo guarda e nessuno lo riconosce.
Lega il cavallo al recinto sotto i raggi della luna,
si pulisce le scarpe e s’avvicina alla finestra
vicino al sonno dei bambini.
Allunga la mano, li copre con un pail
perchè sognano e i sogni si raffreddano.
Un nodo gli chiude la gola
ma trattiene la tosse:
i bambini potrebbero svegliarsi.
Se s’alzano a cercare pane: lui
da molto ha dimenticato le fiabe.
Come il silenzio s’allontana
prende la via per la dimora che nessuno incammina
con gli occhi parla a Caronte, senza farsi sentire,
per non svegliare gli altri morti.
Ah, l’anima sua riempì gli scavi del cielo
solo il corpo resta lì
nelle ginocchia d’una notte interrata
… la sola notte senza stelle.
L’olivo sta come una candela sopra la testa.
***
Alla vetta della montagna
Qui in vetta
dove solo le querce non m’abbandonano
e le loro foglie raccontano il fato,
qui dove le acque prendono vita
ignave di dove vanno,
sono un’area sola dell’estate secca,
una lingua tagliata nella bocca del silenzio.
Quanto vicino a Dio
dal Dio dimenticato.
Per un bussare,
ti dono, viandante,
tutto quello che m’appartiene.
***
Il nostro pane quotidiano
Sei venuta vicina e m’hai detto:
t’ho mangiato il cuore!
Io chiusi gli occhi
e mischiai i sogni.
Guardo come sanguina il mio cuore
tra le tue labbra di carne e luce.
Buon appetito, amore.
Ma ora, ora non mi dici
senza cuore, come amarti?
Tu hai detto due parole,
gettasti una pietra:
t’ho mangiato il cuore
e io insanguinata conto
i cerchi dei sogni.
Lo sai: il mio cuore
il tuo cuore ha frantumato,
cola il sangue
come i semi di melograno, plick-plick.
Tu hai detto: t’ho mangiato il cuore,
quando io poveretto avevo divorato il tuo.
Era tempo di lutto
e i cuori si sono fatti pane quotidiano.
(Traduzioni di Anila Resuli dall’albanese)
*
Xhevahir Spahiu è nato nel 1945 in un paesino della città di Skrapari, Albania. Nel 1967 si laureò in Lettere Albanesi all’Università di Tirana. Da allora è un insegnante di Lettere Albanesi, giornalista, poeta e scrittore.Dal 1993 al 1998 fu segretario dell’associazione "Artisti e scrittori albanesi". Le sue opere sono state tradotte in diverse lingue.
Opere:
Mëngjes sirenash (1970) – "Mattina delle sirene" ; Ti qytet i dashur (1973) – "Tu, città amata" ; Vdekje e perendive (1977) – "La morte degli dei" ; Dyer dhe zemra të hapura (1978) – "Porte e cuori aperti" ; Bashkohësit (1980) – "Coetanei" ; Agime shqiptare (1981) – "Albe albanesi" ; Zambakët e Mamicës (1981) – "I gigli di Mamica" ; Kitaristët e vegjël (1983) – "I piccoli chitarristi" ; Nesër jam aty (1987) – "Domani sono lì" ; Heshtje s´ka (1989) – "Non c’è silenzio" ; Dielli i lodrave (1990) – "Il sole dei giochi" ; Poezia shqipe (1990) – "Poesia albanese" ; Kohë e krisur (1991) -"Tempo infranto" ; Ferrparajsa (1994) – "Inferno Paradiso" ; Pezull (1996) – "Sospeso" ; Rreziku (2003) – "Il pericolo" ; Poezi të zgjedhura : 1965-2000 (2006) – "Poesie scelte"
Lindita Arapi
March 24, 2009 | Filed Under [poesia albanese], [poesia straniera] | 2 Comments
La poesia di Lindita Arapi è un canto all’isolamento, al corpo consumato dalla solitudine e dalla malattia, fermo a marcire sotto la pioggia costante, qual’è il dolore stesso della poetessa. Oltre al dolore non vi è “poi nulla (tutto alla terra ritorna)”: la poesia diviene il bacino isolato dove si scontrano vita e morte. E la morte è vista sotto forma di banchetto di nozze: una macchia continua della vita. Non vi è traccia di rincuoramento, di pace che s’intravvede soltanto tra i volti altrui: la poetessa rimane sola, straziata dallo stesso suo male.Forse il tutto rimanda alla solitudine dell’uomo tra gli stessi suoi simili – “Chi passa lo guarda come uno sconosciuto sulla strada. Stranieri.” -, o forse è solo un rimando alla vita privata della poetessa, dove l’amore è odio e l’odio diventa una spina nella costola, un ricordo che non può più essere sciolto, ma rimane a marcire con lo stesso corpo nella morte.










