Una mattina come tante

July 23, 2006 | Filed Under [racconti] | Leave a Comment 

Ti alzi la mattina, ti metti le ciabatte mezzo addormentato, quasi cadi appoggiandoti sul muro, magari di destra se il tuo bagno è di destra rispetto alla porta della tua camera, o di sinistra se succede il contrario. Se è dritto beh… Attento a non inciampare! Apri la porta del bagno, vedi la finestra che magari è proprio di fronte a te, se c’è buio accendi la luce o magari hai lasciato la tapparella chiusa. Aprila! La luce ti uccide gli occhi ancora addormentati. Ci metti un po’ a tornare sulla terra. Sei ancora avvolto dai tuoi sogni. La finestra è aperta ormai. Vuoi aria fresca, quell’aria che forse tutta la notte ti mancava perché ti sentivi soffocato dai pensieri della notte, perché ti sentivi imprigionato da un mondo di incubi. Apri la finestra se non è aperta! Aprila! E guarda. Guardi tutto da quella finestra. Guardi l’erba del vicino, la macchina parcheggiata là in fondo, guardi degli alberi: troppo vecchi quegli alberi; guardi un cane nel tuo giardino. Di chi è quel cane? Guardi la strada dove le macchine sono ancora rare, guardi il cielo. Sì, guarda il cielo! Fa bene guardare il cielo! Guarda che nuvole oggi! Guarda il sole là addormentato anche lui si risveglia poco a poco. Ma quanto ci mette? Guardi una vecchia signora, la tua orrenda vicina che va a lavoro. Guardi il dottore con la moglie dell’avvocato. Guardi dei bambini che stanno prendendo la bici per andare a scuola. Ma che si è messo addosso quello? Mah! Gente strana qui in paese. Guardi l’orologio. E’ tardi. O Dio devo andare a lavoro, a scuola, i miei studenti, i miei colleghi, il mio principale, i miei dipendenti. Aspettano, corri! Cosa stai facendo ancora? Muoviti! Apri il rubinetto dell’acqua: shshshhhhshhshshhshshshhshhshsh… Offri la mano al fresco. È meglio aprire l’acqua calda, credi a me! Fa freddo oggi. Apri l’acqua calda. La moglie di là ti chiama, il figlio anche, la bambina urla “papà…. mamma….. la colazione”. Anzi no; non sei sposato tu. Ma guarda tua sorella: sta aspettando alla porta del bagno ancora; ma guarda tuo fratello! Ma ti muovi o no? Sto aspettando io, muoviti! L’acqua ancora: shshshhhsssshhhhshhshshhsh…. E tu sei immobilizzato di fronte a questo rumore che magari hai pure sognato stanotte, ma non te lo ricordi. Non ricordi mai i sogni. Meglio così! Io vorrei ricordare! Ma che ho sognato ieri notte? Stanotte ci penso, giuro! “Allora ti muovi?”-chiamano. E tu stai ancora lì aspettando l’acqua calda che arrivi a riscaldarti le mani. Ma questi tubi dell’acqua calda quanto ci mettono a riscaldarsi? Vecchia casa! Che pacco aspettare ogni volta! Sono stufa io! Sei stufo anche tu! Hai finito. Sì hai finito. Finalmente. Chiudi la finestra! Basta con l’aria! Fa freddo! “Chiudi la finestra! fa freddo!”- ti senti dire dalla moglie, dal marito, dalla sorella, dal fratello, dal padre, dalla madre, dal tuo bimbo, da tua figlia… Ma tutti ci siete oggi? Io sono stanca oggi. Sei stanco oggi. Non vuoi ascoltare. Dai, sbrigati a vestirti! Non ascoltare, non importa! Stai calmo però! Vai a prenderti le scarpe, sù, che la moglie non ha voglia di alzarsi dal letto per te. Neanche il marito. La sorella si è stufata delle tue continue pretese. Il padre si è stufato della tua testardaggine. La madre a momenti ti sculaccia. Ma lo fa sempre? No, qualche volta. Col figlio più piccolo. Per scherzo. Si diverte forse. Anche lei è una che non si alza dal letto comunque. Anche lei vuole dormire. È aperta ancora la finestra? Perché non l’hai chiusa? Volevi continuare a vedere? Guarda, guarda che bello il cielo ora! Un aeroplano. Pensi: magari si schianterà da qualche parte! “Per dov’era?”- pensi già al passato. Poveri passeggeri! Guarda giù! E il cane? Dov’è finito il cane? Ora c’è il gatto. L’erba del vicino è più verde oggi. L’ha tagliata. La nebbia l’ha rinfrescata bene. Eppure non c’è nebbia oggi. Si sarà sciolta. Stupida cosa la nebbia. Inutile. Anzi, odiosa. Guardi l’orologio: sei particolarmente tardi! Ormai sei vestito, esci! Muoviti, su! Ritorna a prendere le chiavi della machina: le hai dimenticate in cucina. Come mai le hai lasciate in cucina? Forse quando sei tornato dal lavoro tardi, tua moglie ti aspettava sulla porta, la tua ragazza, la tua amante. Ti aspettava col completino intimo, di quelli che ti piacciono. Pensi: non ho voglia stasera. Sei stanco! Ma quella non ne vuole sapere. Ti prende le chiavi, le butta in cucina, ti prende per la cravatta, per la giacca, per il collo. Ti prende. Come sempre. Lei ti prende. Tu non fai niente. Oh, stamattina sono stanco. Sei stanco, ma non pensare! Devi andare! Vai a lavorare! Muoviti! La machina. Le chiavi ce le hai già in tasca. Questa giacca oggi mi sta stretta. La cravatta non è sistemata. La apri un po’ di più. Pensi: quanto le odio queste cravatte! Quanto odi il tuo lavoro! Apri il garage. È incastrata la chiave. Ci metti un po’ a toglierla. Sali in macchina. La radio. Ma che schifo di musica questa! Cambia, su, fai veloce! Guardi dal finestrino. Accendi. Metti la prima. Pensi e ripensi. Intanto parti appena pronto. Parti. Attento al muro di fronte al tuo garage! Ma non stai mai attento, tu? Il cancello. Ma che ha anche quello che non si apre? Ma va tutto storto?! Attento a non addormentarti! Stai attento! La strada è vuota. Sei solo. La canzone ti accompagna. Ti accompagna un pensiero, quello di ieri. Rivedi nuda la tua ragazza nella mente, la tua amante, tua moglie. Pensi alla tua principale con la minigonna. Pensi alla tua dipendente. Ma pensa alla strada che è meglio! Dai su! Che freschino oggi però! Il riscaldamento. Alzalo! Il sole. Si sta svegliando pure lui. È tardi pure lui oggi. Come te. Sei tardi, ti muovi? E ripensi al “ti muovi!” di tua figlia, di tua sorella, di tuo fratello, di tua moglie. Ripensi a tuo marito. Che stress! Un’altra mattina. Come ieri. Domani sarà diversa? Speriamo! Oggi sono addormentata. Non ce la faccio più! La mattina! La mattina! Dai su! È una bella giornata alla fine, no? YYYHH!!!



Caffè lungo

July 23, 2006 | Filed Under [racconti] | Leave a Comment 

Oggi sei calmo. Sai, di quella calma che trovi solo quando sei in mezzo alla natura alla cima di una montagna. E’ quella la calma che hai dentro oggi. Respira! Di aria ce n’è abbastanza per tutti qui. Non credere che il tuo mancato respiro servirebbe. Apri la finestra, se vuoi! O vuoi che la apra io? Non mi guardare così. Mi viene in mente il giorno che ci siamo conosciuti. Te lo ricordi? Sì. Me lo ricordo bene. Eri così calmo quel giorno. Eri così calmo quel giorno? Una volta… quella volta ti guardai seduto sulla sedia marcia di quel bar. Il bar all’angolo. Venivi sempre lì. Sì, me lo ricordo. Venivi e ti sedevi allo stesso posto, ordinavi un caffè. Un caffè lungo, sì. Prendevi la bustina di zucchero in mano, la scuotevi solo tre volte sul bordo della tazzina dopo averla aperta e poi la mettevi sul tavolo. Prendevi il cucchiaino e mescolavi. Sempre quattro volte. Battevi il cucchiaino sul bordo della tazzina. Sempre due volte. Lo mettevi giù sul tavolo e poi rotolavi la tazzina finché prendevi l’uncino tra le dita della mano sinistra. La mano destra invece stava appoggiata sul tavolo. Sempre lo stesso. Sempre gli stessi movimenti, nelle stesse ore, nello stesso tavolo. Sempre. Ogni giorno io invece seguivo i tuoi movimenti per cercare di incontrare uno strappo al quotidiano. Eppure era sempre lo stesso. E nel guardarti prendevo la mia tazzina di caffè. Un caffè lungo. Buttavo lo zucchero. Scuotevo tre volte sul bordo della tazzina la bustina. Mettevo sul tavolo la bustina. Prendevo il cucchiaino e mescolavo quattro volte. Battevo il cucchiaino due volte e poi rimettevo giù. Poi rotolavo la tazzina fino a prendere l’uncino tra le dita della mano sinistra. Sempre lo stesso. Sempre uguale, nello stesso tavolo, nella stessa ora, ingabbiata dagli stessi movimenti. Uguale.
Quel giorno entrai nel bar cinque minuti prima. La mattina sembrava diversa. Prima di entrare al bar continuavo a vedere la gente per le strade e quando mi sono avvicinata all’angolo, per un attimo ebbi paura di vederti entrare. Era solo il figlio del proprietario del bar. Un giovane di bella presenza. Però aveva una giacca uguale alla tua. Sai, quella che ti piace tanto. Quando lo vidi di fronte alla porta stavo per rallentare il passo perché pensavo realmente che fossi tu. Invece il giovane si girò. Probabilmente gli era caduto qualcosa per terra perché continuava a guardare giù. Non eri tu! Così allungai il passo ed entrai al bar. Senza salutare. Ordinai il mio caffè lungo. E mi sedetti. Sì, mi sedetti. Non mi sedetti allo stesso posto, alla stessa ora, con gli stessi movimenti. Non mi sedetti, lì all’angolo. Mi sedetti all’angolo opposto. Mi sedetti sul tuo tavolo. Arrivò il caffè lungo. Presi la bustina e la scossi tre volte sul bordo della tazzina. Presi il cucchiaino e mescolai quattro volte. Lo lasciai giù sul tavolo, dopo averlo battuto per due volte sulla tazzina. Sempre lo stesso, non nelle stesse ore, non nello stesso posto, con gli stessi movimenti. Poi mi girai dalla porta, aspettandoti arrivare. Ecco. Nella stessa ora. Ti sei avvicinato al banco e hai ordinato un caffè. Un caffè lungo. Ti sei avvicinato al mio tavolo. Guardavi un giornale. Hai messo la giacca sulla sedia alla tua destra, sedendoti proprio di fronte a me. Non stavi guardando. Ti eri immerso nel tuo giornale, nelle notizie del giorno. Forse non era il giornale quotidiano quel giorno. Quando alzasti lo sguardo, quasi stupito di vedermi seduta di fronte a te, cercasti di alzarti un pochino, chiedendomi scusa. Chissà cosa pensavi in quel momento. Chissà cosa pensavi. Cosa pensavi? Ma io dopo averti salutato ti feci capire che non mi dava fastidio. Senza parole. Chissà cosa pensavo. Continuavi a guardarmi quasi impaurito. Sembravi un pesce fuor d’acqua. Non era il tuo quotidiano. E arrivò il caffè. Un caffè lungo. E hai preso la tazzina con la destra. Poi hai aperto la bustina e hai buttato tutto lo zucchero sulla tazzina. E con la mano destra hai girato la tazzina fino ad avere l’uncino bianco in mano. E io ti guardavo così stupita. Un caffè lungo. Il cucchiaino. La bustina. Stava tutto sul tavolo. Così irregolari. Così imperfetti. E in quell’attimo di stupore mi guardavi così perso in me. Forse pensavi a cosa pensavo io. Forse ti chiedevi le stesse cose che mi chiedevo io. Un caffè lungo. Il cucchiaino. La bustina. Era tutto irregolare. Quando senza accorgermene si avvicinò il figlio del proprietario del bar. Non c’era nessuno intorno a noi due. Le luci erano accese. I tavoli erano puliti. Non c’erano tazzine di caffè. C’erano solo respiri nell’aria. “Stiamo per chiudere, signorina!”. E guardai stupita. Guardai stupita quel volto. Quelle parole entrarono dentro il mio orecchio come strane. Stavano per chiudere. Stavano per chiudere? Sì. Stavano per chiudere. Ma che ore erano? Il giovane ripeté “stiamo per chiudere, signorina!” Mi alzai. Non c’era nessuno intorno a me. Mi voltai verso l’orologio appeso al muro. Un enorme orologio di sfondo bianco. Erano le 19.00. Guardai stupita la tua sedia. Non eri seduto vicino a me. Ero sola. Non sei mai entrato in quel bar quel giorno. Ero rimasta sola sul tuo tavolo, bevendo un caffè lungo. Con tre movimenti della bustina, con quattro movimenti del cucchiaino e poi… Ma dov’eri quel giorno?