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contieni braccia, forme che la bocca
rende piega nella saliva: sorto
resta il sangue, sorto il risveglio di me,
qui forza fatta àncora, ruggine
che affoga nell'acqua, umida come
terra mista foglia, concime misto
corpo: sta qui la parola detta due
volte, due fiati singoli nell'eco 
che bramo dalla tua gola quand'è poi
il tempo di partire.



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la scomposizione del corpo: goccia
evaporata. fine ultima, spessa.
l'ultimo passo rincasato morto.




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nel sradicare questo foglio 
taglio fatto frammento reso taglio obliquo
dove far scivolare la nostra lingua, la nostra
eco che guarda penetrare l'abisso dentro
l'occhio divenuto magro, bevi da questo palmo,
corica la bocca leggermente e bevi – lupa è tornata
la quiete, la lontananza dei tratti nelle ciglia
perdurano l'acqua intenta a scivolare.


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qui ritorno madre
madre fertile d'aria che ti cedo nel polmone 
prima di schiacciarlo p r i m a
ché sei il mio unico figlio, posto destro
nell'inguine da cui esci la notte, da cui esci
cavo, estremo, nella ragione, il livore denso
percosso nei polpastrelli uniti che tocchi
piano – pelle una e fitta – che vivi piano
nella rigidità del gesto che più non sveli;
perché non s'interrogano le nostre sedie
con le loro voci singole che accorciamo,
le voci nuove, distinte, nei baveri rossibianchi
delle finestre che muovi sempre al seno,
prima di stringere.





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vista è la pietra che nella mano assorbe le vene
scurisce il palmo stretto a palmo nella preghiera
- urlo candido che ti svelo, urlo silenzio – chiarachiara
la voce di bambina tiene testa agli incubi.

non cadere. lasciare assottiglia i menti
nel labbro che ti sfoglio in bocca,
nel labbro che ti sfoglio.




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tagliami il collo, tienilo in mano
e chiamami libera – gli occhi staranno
a guardare le pietre che sui muri filtrano
macerie e odori di alberi scuri.
il fumo nelle vetrate della tua casa
rincaserà ad ogni estate che guarderai
le statue mozzate, fuori.



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